Walter Kowalski è un vecchio reduce della guerra di Corea, inflessibile, amaro, insensibile e pieno di pregiudizi razziali contro tutti e tutto. Dopo la morte di sua moglie, si chiude sempre più in se stesso diventando un solitario e una persona odiosa. L’arrivo pero di una famiglia coreana come vicini di casa cambia radicalmente la sua vita.
«Interpreto un tipo strano. Un vero razzista... Ma ha anche una redenzione. Questa famiglia asiatica si trasferisce nella porta accanto, e lui ha combattuto nella guerra di Corea, nella fanteria, e guarda agli asiatici come a una massa indistinta. Ma loro lo aiutano nel momento del bisogno, perché lui non ha un rapporto con la sua famiglia.»
In poche parole questo è il riassunto dell’ultima fatica di Clint Eastwood; sembra una storia banale invece non lo è. E’ tempo di affermare con forza che Clint Eastwood è l’ultimo dei grandi cineasti rimasti; infatti è semplicemente ( a mio avviso) il più grande di tutti i tempi insieme a Chaplin. Nessuno è come lui, nessuno è attore protagonista, sceneggiatore, compositore delle musiche e regista al tempo stesso. E questo purtroppo per tutti noi, è l’ultimo film in cui il buon vecchio Clint reciterà, vista la sua età si concentrerà unicamente sulla regia d’ora in poi.
Clint fa parte di quei artisti filosofi e poeti che ad ogni film ci fanno commuovere, riflettere, ridere, ma che sempre e comunque ci colpiscono dritto al cuore. Sarebbe un torto considerare “Gran Torino” l’ultimo gran film di Eastwood visto che è già in preparazione quello su Nelson Mandela con il suo eterno amico Morgan Freman. Però secondo me, questa storia melanconica e toccante rappresenta la sintesi della sua vita, o meglio della sua carriera cosi come la sintesi di un paese che ha visto cambiare in 80 anni di vita. Clint Eastwood ironizza su se stesso, riprendendo il ruolo del giustiziere reazionario, vecchio come fosse un ispettore Callaghan mummificato dal tempo. Insopportabile, razzista e misantropo, Walt Kowalski nel corso del film si trasformerà in Frank Dunn, l’allenatore pieno di speranze e di tristezza di Million Dollar Baby. In Million Dollar Baby Frank si prendeva cura di Hilary Swank, qui invece, sorprendentemente, protegge in tutti i sensi un giovane coreano, lacerato dai conflitti tra gang di cui tenta vanamente di tirarsene fuori. Walt allora esce dal suo guscio e ci mostra tutta la sua sensibilità, i suoi conflitti, i suoi rimorsi e le sue perle di saggezza e le due cose a cui tiene di più: il suo cane e ovviamente la sua macchina, la “Gran Torino”.
Comico e al tempo stesso drammatico il film alterna in maniera sublime queste scene contrastanti, memorabili sono i brontolii, le ingiurie razziste del vecchio Walt nei confronti dei vicini coreani o del suo barbiere di fiducia italiano. Non fa altro che lamentarsi e criticare qualsiasi cosa non gli vada a genio, praticamente tutto! La sua prova d’attore meritava secondo me l’oscar. Anche il resto del cast è all’altezza: tutti i coreani sono bravi, nonché il prete che affronta un personaggio difficile, spesso rifiutato da Walt ma che non si da per vinto per questo. Pensandoci bene, rappresenta Walt che non accetta se stesso ( e dunque il prete) e poi piano piano riesce a liberarsi ( prima facendosi chiamare Walt poi infine confessandosi) e a trovare una pace interiore, come dice alla fine al prete nelle battute finali.

Invece dal punto di vista della regia, è un Clint classico, asciutto e semplice ma perfetto perché non esagera mai e non possiede false retoriche o scene stereotipate. Lucida, riflessiva ed efficace la regia di Clint è d’autore ed unica, non posso aggiungere altro al riguardo.
Il finale l’ho trovato toccante e splendido, soprattutto realistico, certo non come i film di Hollywood di cui siamo abituati, era impensabile che accadesse altro del resto, ovviamente non aggiungo altro. Secondo me il finale rappresenta il testamento di Clint, una sorta di sguardo critico sull’insieme della sua opera e un passaggio di consegna. Sorprendente come finale che ti lascia l’amaro in bocca e ti da un colpo sullo stomaco forte, pero al tempo stesso fa riflettere e fa capire il messaggio. Un film sul rispetto reciproco, sul fatto che siamo tutti essere umani aldilà del colore della pelle della religione o del sesso. Meritiamo tutti un rispetto ma non per quel che siamo dalla nascita, ma per quel che facciamo, per le nostre azioni e i nostri comportamenti. Abbiamo tutti la nostra Gran Torino a cui dedichiamo il nostro sudore, sangue e tempo per renderla fiammante e scintillante., qualsiasi essa sia.

Che altro dire? Grazie, grazie e ancora grazie Clint. Non ne sbagli uno di film, mostruoso. Il miglior film del 2009, lo dico già da ora.
